IGNAZIO CARUSO
PLACIDO LIZZIO - MATTEO SCUDERI
È possibile che nessuno sapesse nulla? Il mare e la memoria di una famiglia
Ogni volta che andavo a trovare i miei nonni, da bambino, notavo nella sala da pranzo tre documenti incorniciati appesi alle pareti. Li ho guardati più volte, nel corso degli anni, senza soffermarmi troppo sul loro significato, forse perché quella stanza era riservata alle grandi occasioni e rimaneva spesso chiusa. Solo recentemente, parlando con mia zia e dopo essermi avvicinato alla genealogia familiare, ho scoperto che quei documenti raccontavano alcune tappe importanti della carriera del mio bisnonno, Ignazio Caruso. Il papà di mia nonna.
Il “nonno Ignazio” (così lo chiamano i suoi nipoti, cioè mio padre, i suoi fratelli e i suoi cugini), che non ho conosciuto, aveva una particolarità: da quando era tornato dalla Seconda guerra mondiale, parlava pochissimo. Perciò, sapevamo ben poco delle sue origini familiari. Possedeva una casa in Piazza dei Martiri, certo, e aveva fatto costruire degli immobili per le sue figlie. Però non sapevamo nulla: in che modo avesse costruito la sua ricchezza, come fossero i suoi genitori e i suoi fratelli. O meglio, avevamo qualche idea, perché sapevamo che aveva avuto un’eccellente carriera nella marina mercantile. Ma come te la costruisci una carriera nella Marina Mercantile nel Novecento? Si tratta di una carriera a portata di chiunque abbia questa vocazione? Di cosa si occupa il resto della famiglia? Nessuno lo sapeva.
Poi, col passare delle generazioni, i ricordi si sbiadiscono sempre di più e gli unici che possono parlare in maniera inequivocabile sono… i documenti.
Ho quindi avviato la ricostruzione, cercando di interpretare i primi tre, proprio quelli appesi nella sala da pranzo.
Il primo è il certificato rilasciato dal Regio Istituto Nautico Duca degli Abruzzi di Catania.
Questo documento attesta che il mio bisnonno, all’età di diciotto anni supera con successo gli studi nautici. Sei anni dopo, il mio bisnonno ottiene la qualifica più prestigiosa tra quelle conservate nelle cornici di famiglia: la patente di Capitano di Lungo Corso. In termini pratici, dal 1927 era abilitato a comandare grandi navi mercantili nei traffici marittimi internazionali, raggiungendo uno dei traguardi più elevati della carriera nautica. Questa abilitazione rappresentava il massimo titolo professionale della marina mercantile dell'epoca e consentiva il comando di navi impegnate nella navigazione oceanica e sulle rotte internazionali.
L’ultimo documento testimonia uno dei riconoscimenti più prestigiosi ottenuti nel corso della sua vita professionale. Si tratta del diploma con cui gli venne conferita l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la più alta onorificenza civile della Repubblica.
Il decreto porta la data del 30 dicembre 1952 ed è firmato dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Nel documento Ignazio Caruso è indicato come «Dirigente di Società di Navigazione», una qualifica che testimonia il ruolo di responsabilità e il prestigio raggiunti nel settore marittimo dopo una lunga carriera iniziata sui banchi dell'Istituto Nautico e proseguita sulle rotte internazionali.
Particolarmente significativo è il fatto che l'Ordine al Merito della Repubblica Italiana era stato istituito soltanto l'anno precedente, nel 1951. La nomina nel 1952 lo colloca quindi tra i primi cittadini italiani a essere insigniti di questa nuova onorificenza repubblicana.
L'iscrizione nell'Elenco dei Cavalieri sancisce ufficialmente un riconoscimento attribuito a coloro che si sono distinti per meriti particolari nei confronti della Nazione. Questo diploma rappresenta non solo un importante traguardo personale, ma anche la conferma della stima e della considerazione che Ignazio Caruso aveva saputo conquistare nel corso della sua carriera.
In uno dei documenti dedicati a Ignazio Caruso compare anche una formula ben nota a chi si occupa di genealogia: «figlio di Rosario e Concetta Lizzio». È da questa semplice indicazione che ho deciso di avviare la mia ricerca familiare.
In pochi secondi, scopro che Rosario Caruso era un ortolano. Strano.
Incuriosito, proseguo la ricerca soffermandomi anche sulla famiglia della madre, Concetta Lizzio, un nome che a prima vista potrebbe apparire marginale in questa storia. D'altra parte, sappiamo bene quanto le donne dell'Ottocento siano spesso rimaste in secondo piano nella documentazione ufficiale: identificate come figlie, mogli o madri, raramente emergono come protagoniste delle vicende familiari.
Eppure, proprio seguendo la traccia di Concetta, la ricerca prende una direzione inattesa. Dietro quel cognome si nasconde infatti una storia che merita di essere raccontata e che conduce a una famiglia diversa da quella dei Caruso, aprendo una nuova prospettiva sulle origini di Ignazio e sulle radici della sua famiglia.
Il padre di Concetta si chiamava Ignazio, proprio come il nipote. Era un marinaio, figlio a sua volta di Giuseppe, anch’egli uomo di mare. Fino a questo punto, la ricerca non sembra ancora rivelare elementi sorprendenti: a Catania, e più in generale nelle comunità costiere, la vita marittima rappresentava una realtà diffusa e quasi naturale, tramandata di generazione in generazione.
Ignazio aveva diversi figli, tra cui Placido Lizzio, che è lo zio del mio bisnonno. Attraverso questa linea materna la ricerca si apre improvvisamente su una figura che conduce lontano dai registri civili e dalle genealogie familiari, entrando nel mondo della navigazione commerciale e della storia marittima del Mediterraneo e della Seconda guerra mondiale.
Placido Lizzio fu comandante del piroscafo Achille, una nave mercantile costruita nel 1890 nei cantieri Ropner di Stockton-on-Tees e successivamente passata attraverso diversi armatori europei prima di essere acquistata nel 1924 dall’armatore catanese Matteo Scuderi, entrando così a far parte del naviglio commerciale siciliano.
Nel corso della sua lunga vita operativa, la nave attraversò rotte atlantiche e mediterranee, sopravvivendo a viaggi difficili e a condizioni estreme. Durante la Seconda guerra mondiale continuò a operare nei convogli italiani tra Sicilia, Libia e Tunisia, senza essere inizialmente requisita dalla Regia Marina.
Nel giugno 1941, mentre si trovava nel porto di La Goletta, l’Achille fu colpita da un’azione di sabotaggio organizzata dalla resistenza francese con supporto britannico. Le cariche esplosive applicate allo scafo provocarono l’affondamento della nave all’ormeggio. Nonostante il recupero successivo, l’episodio segnò profondamente la sua storia operativa.
Il destino finale giunse il 24 ottobre 1941. Dopo essere stata riparata, la nave lasciò Tunisi diretta a Palermo al comando del capitano Placido Lizzio, navigando isolata e senza scorta. Durante la traversata fu attaccata da aerei britannici e colpita da bombe che ne causarono l’affondamento nel giro di pochi minuti.
L’evento provocò la morte di ventuno uomini dell’equipaggio. Il resto dei naufraghi riuscì a mettersi in salvo su due scialuppe, ma solo una di esse venne successivamente recuperata. L’altra, sulla quale si trovavano il comandante Placido Lizzio e altri diciotto uomini, scomparve in mare senza lasciare traccia.
Con la perdita dell’Achille si chiude la storia operativa della nave e, con essa, si interrompe anche la vicenda di molti marinai siciliani che avevano attraversato decenni di navigazione commerciale nel Mediterraneo, fino a essere coinvolti direttamente nel conflitto mondiale.
La ricostruzione genealogica, però, prosegue oltre l’equipaggio e torna all’interno della famiglia Lizzio. Placido e Concetta avevano infatti un’altra sorella, Giuseppa, sposata con Domenico Liotta. Da questa unione nacque Domenica Liotta, che sposò Matteo Scuderi, armatore navale catanese e proprietario e armatore dello stesso Achille. Colpo di scena.
La figura di Matteo Scuderi è anche una figura pubblica, relativamente famosa a Catania. Egli fa parte di quella borghesia armatoriale catanese che tra fine Ottocento e prima metà del Novecento contribuì in modo decisivo alla struttura commerciale del Mediterraneo.
Fu un uomo così in vista all’interno del panorama cittadino che nel 1941 acquistò perfino un immobile realizzato da Carlo Sada, che da lui prese il nome: Palazzo Libertini Scuderi, in via Etnea. Questo acquisto segna simbolicamente l’ingresso definitivo della famiglia Scuderi in una dimensione di visibilità cittadina che trascende il mero ambito imprenditoriale. Il palazzo, con la sua stratificazione di passaggi nobiliari e politici, è anche un segno materiale di continuità tra diverse élite che si sono succedute nella storia urbana di Catania: dall’aristocrazia ottocentesca alla borghesia amministrativa e infine agli armatori.
Con una facciata monumentale di impronta eclettica, il palazzo unisce elementi neorinascimentali a soluzioni decorative più tarde, tipiche del gusto liberty cittadino. Gli interni, articolati in ambienti di rappresentanza di notevole ricchezza ornamentale, testimoniano l’uso del palazzo come spazio di rappresentazione sociale oltre che abitativa, secondo un modello diffuso tra le élite catanesi dell’epoca.
Gli zii e i cugini del mio bisnonno, dunque, appartenevano a una rete di relazioni e di mestieri che nessuno, in famiglia, aveva mai davvero nominato, ma che i documenti avevano semplicemente continuato a conservare: da un lato una storia segnata dalle perdite della guerra nel Mediterraneo, come quella di Placido Lizzio, vittima di un attacco aereo contro il naviglio mercantile italiano; dall’altro la presenza di figure di grande rilievo nel panorama armatoriale catanese, come quella di Matteo Scuderi.
Mercantile Achille:
https://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com/2016/09/achille.html
[ Giorgio Licciardello ]



